Maxima Roma basket: Roma si innamorerà?
Un nuovo club di basket a Roma non ha ancora disputato una gara ufficiale, eppure sta già occupando le cronache sportive della Capitale. Non per i risultati — non ne ha ancora — ma per la sequenza con cui sta costruendo la propria credibilità. È un caso che vale la pena osservare anche fuori dallo sport, perché il problema che risolve è lo stesso di qualsiasi brand nuovo: come farsi percepire affidabile quando non hai ancora una storia da mostrare.
Il contesto
Maxima Roma basket nasce quest’estate dal trasferimento a Roma del titolo di Serie A di Pallacanestro Brescia, operazione dell’imprenditore Paul Matiasic. Giocherà al PalaEur, con una wild card per l’EuroCup. Sulla carta è un club senza storia: nessuna stagione alle spalle, nessun tifo consolidato, nessun risultato da citare. È esattamente la condizione di partenza di qualunque nuova iniziativa — una divisione appena creata, uno spin-off, un brand che entra in un mercato dove altri sono già affermati.
Prima mossa: ereditare continuità, non ripartire da zero
Il roster e lo staff tecnico di Maxima Roma non arrivano dal nulla: vengono da Brescia. Il centro Miro Bilan ha firmato un contratto biennale; l’head coach Matteo Cotelli, ex assistente bresciano promosso capo allenatore, arriva reduce dalla vittoria in Coppa Italia nel 2023 basket.
Chi eredita continuità sportiva salta gli anni in cui una squadra nuova deve guadagnarsi credito sul campo, partita dopo partita. Lo stesso principio vale per qualsiasi lancio: quando è possibile, portare dentro il nuovo progetto le competenze e i risultati già dimostrati altrove costa meno, in tempo e in fiducia da costruire, che ripartire da zero.
Anche nel basket come in questo caso
Seconda mossa: il linguaggio di chi opera, non di chi vende
Cotelli non ha aperto il progetto parlando di vittorie immediate. Ha parlato di un “progetto credibile e duraturo” e dell’obiettivo di coinvolgere “tutta la Capitale”. Sono parole che abbassano deliberatamente le aspettative sul breve periodo e le alzano su quello lungo. Vale per Maxima Roma basket ma non solo.
È una scelta comunicativa precisa. Chi lancia qualcosa di nuovo, e ha davvero in mano l’operatività, tende a parlare così: non promette risultati che non può controllare, ma comunica metodo e visione temporale. È un segnale di credibilità più efficace di qualunque annuncio trionfale, perché è verificabile nel tempo — e chi lo pronuncia lo sa.
Terza mossa: il volto giusto, nel ruolo giusto
Francesco Totti è entrato nel progetto come advisor della proprietà, con delega allo sviluppo della fan base e alle attività di responsabilità sociale d’impresa — non come membro del board. Prima dell’annuncio ufficiale, una foto informale con la polo del club aveva già acceso il dibattito, insieme a smentite su un suo possibile ingresso nella governance societaria. Quando è arrivata la conferma ufficiale, l’attenzione del pubblico era già costruita. La costruzione della community è una priorità. E la proprietà lo sta facendo coinvolgendo delle icone del calcio. Qualcuno ha commentato sarcastico: parliamo di basket e mettiamo due calciatori…
Ecco fare community significa creare dei valori e una identità: usare personaggi popolari non più attivi ma legati alle due principali squadre significa creare un fil rouge in territorio neutro. Come dire: sei della Roma o della Lazio? no problem. Chi tifa Maxima Roma è il benvenuto a prescindere.
La distinzione tra ruolo simbolico e ruolo di governance non è un dettaglio tecnico: è ciò che rende credibile l’operazione. Un volto molto conosciuto e amato dalla città viene collocato dove serve — all’interfaccia con la comunità — e non dove rischierebbe di essere percepito come un’operazione di facciata sulle decisioni sportive.
Il principio, oltre lo sport
Chi lancia un brand senza storia alle spalle può lavorare su tre leve, nello stesso ordine: prendere in prestito continuità operativa da chi ha già credibilità dimostrata, lasciar parlare chi opera davvero con un linguaggio sobrio e verificabile, e collocare il volto più fidato all’interfaccia con il pubblico — non al comando. Non è una formula automatica, ma è un ordine che si ripete ogni volta che un progetto nuovo prova a farsi percepire solido prima ancora di avere risultati da mostrare.
