advocacy

Advocacy senza obbligo

come si dà voce ai dipendenti in un settore regolato

L’advocacy dei dipendenti funziona quando resta una scelta (e in un settore regolato deve restarlo per forza): il lavoro vero non è convincere tutti a pubblicare, ma rendere sicuro e utile farlo a chi ha già voglia di farlo.

Il 3% e la tentazione

Il numero che compare in quasi ogni presentazione sull’advocacy è questo: in media i dipendenti di un’azienda hanno dieci volte più connessioni su LinkedIn di quanti follower abbia la pagina aziendale e, quando soltanto il 3% di loro condivide contenuti sull’azienda, quelle condivisioni fanno crescere del 30% l’engagement complessivo (guida LinkedIn Elevate all’employee advocacy). È un dato che LinkedIn pubblica per promuovere gli strumenti che lo misurano, e la guida non porta una data di pubblicazione: lo uso come ordine di grandezza, non come promessa.

Il problema è quel «soltanto». Se il 3% produce un effetto simile, che cosa succederebbe con il 30%?
È il ragionamento che porta, quasi sempre, a una mail interna con scritto «vi chiediamo di condividere». In un settore regolato come quello finanziario (con cui lavoro in questo periodo, senza che serva dire con chi) quella mail è un errore due volte: perché trasforma una scelta personale in un obbligo, e perché ogni contenuto promozionale pubblicato da chi lavora in quel mondo porta con sé regole precise (un’avvertenza standard, nessuna promessa di rendimento, nessun consiglio a una persona specifica).

Chi pubblica davvero

Un’analisi di MagicPost su 1.333.072 post LinkedIn di 39.729 professionisti, nei dodici mesi fino al 7 settembre 2026, mostra come funziona l’advocacy quando esiste davvero: in sette aziende (ColdIQ, Capgemini, SAP, IBM, Oracle, Schneider Electric, Gong) una sola persona genera tra il 70% e il 96% della reach degli «advocate», cioè di chi ha almeno tre post nel periodo. In IBM diciotto persone superano quella soglia, ma diciassette pesano pochissimo rispetto a una. Salesforce è passata dal 29% di giugno al 54% attuale dopo la partenza dei profili più attivi (lo racconta lo stesso studio).

Due avvertenze. MagicPost vende una piattaforma di advocacy e dichiara che il suo campione sovrarappresenta B2B, vendite, creator e grandi gruppi tecnologici, quindi non è una fotografia di LinkedIn. E il confronto fra i post dei dipendenti e quelli delle pagine aziendali non è misurato da quel campione: è un dato LinkedIn citato.

La conclusione che ne traggo è di progetto: l’advocacy tende a concentrarsi su poche voci, e un programma che dipende da una persona è fragile (basta che cambi lavoro). Invece di inseguire la partecipazione di massa conviene costruire le condizioni perché poche voci, diverse fra loro, possano parlare in modo sicuro.

Tre scelte di progetto

Nel percorso che sto seguendo con una società del settore finanziario ho tenuto fermi tre punti.

  1. La volontarietà è una regola di progetto, non una cortesia. L’adesione è libera: nessuna mail con scritto «dovete condividere». Se partecipa chi vuole, i contenuti che escono sono quelli che qualcuno avrebbe scritto comunque, e sono i soli che reggono nel tempo.
  2. Si parte dal profilo, non dal post. La prima lezione comincia con un pre-audit del profilo su una griglia di dieci punti. L’ipotesi (la dichiaro tale, non è un dato) è che si pubblichi con più serenità quando ciò che è già visibile, cioè il profilo, è in ordine.
  3. Le regole servono per parlare, non per tacere. Avvertenza standard, nessuna promessa di rendimento, nessun consiglio personalizzato: spiegate con esempi di ciò che si può dire, perché una regola non capita produce silenzio per prudenza, che è il contrario dell’advocacy.

Fuori dalla finanza

Lo stesso schema vale in ogni contesto in cui la voce di chi firma pesa più di quella del marchio (studi professionali, editoria specializzata, consulenza), cioè dove le persone sono già riconoscibili per competenza e il rischio non è la mancanza di contenuti ma la fretta. Una domanda per verificarlo, con un foglio davanti: quante delle persone della vostra organizzazione, se potessero scegliere senza conseguenze, parlerebbero in pubblico del proprio lavoro? Il numero scritto su quel foglio, e non il 3% di una guida, è il punto di partenza.

Fonti

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *